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Autore: spiridione - Inserito il 26/01/2009
Fonte: don Carmelo

Dal mare

Ormai da tanto tempo, quasi quotidianamente, i nostri occhi incontrano le immagini dell’immigrazione. Non mancano i dibattiti e le trasmissioni in cui, comodamente seduti in un salotto, si discute sui numeri, sulle conseguenze, sui danni e tutto il resto che i flussi migratori portano nel nostro paese.

Quasi mai ci ricordiamo quelli che i volti delle immagini dei tg non sono comparse di tragici film, ma uomini e donne che lasciano una vita normale, gli affetti, le sicurezze, le cose conquistate col sudore della fronte, per un destino incerto.
Cose spinge queste persone a fare questo passo? Cosa ci sta dietro?

Le motivazioni sono sempre diverse. Questa volta volevo presentarvi la testimonianza di Kifle, una giovane donna arrivata dall’Eritrea con due dei suoi tre figli; il marito, docente universitario, è in carcere per aver “detto la verità” ai suoi studenti.
Dopo l’arresto del marito le fu detto che i soldati sarebbero tornati nella sua casa per prendere lei e i bambini.

Decisi di fuggire e nascondermi dai parenti di mio marito in una città vicina, rimasi nascosta in casa per tre mesi, dopo questo tempo la polizia mi aveva rintracciato e avevo paura di mettere in pericolo i miei suoceri. Parto lasciando mio figlio di tredici anni che a causa di una malattia non avrebbe superato il viaggio. Affondammo la traversata del deserto, che ci mise a dura prova. Giorni e giorni di viaggio con poca acqua e qualche biscotto finché arrivammo in Libia. Qui siamo stati arrestati e chiusi in una cella con altre trenta donne; le condizioni igieniche erano pessime, per tre mesi non abbiamo potuto cambiarci i vestiti. Avevo a disposizione poco spazio per stendermi e far dormire i miei figli su di me per non farli sdraiare sul pavimento pieno di escrementi. Sono uscita dalla prigione solo perché le guardie erano stufe del pianto dei miei figli.
Chiesi l’elemosina per qualche giorno, col ricavato comprai latte e caffè da vendere per strada e, quando riuscii ad affittare una camera per i bambini, mi misi a cercare lavoro. Riesco ad essere assunta solo facendo il nome della potente compagnia per cui lavoravo in precedenza. Quando andavo a lavorare dicevo ai miei bambini che se durante il giorno avessero parlato, urlato o riso sarebbero tornate le guardi a prenderli…mi sentivo una madre orribile. Quando riesco a mettere da parte 1500 euro sono pronta per partire per l’Italia.
Il viaggio comincia di sera, per non essere visti dalla polizia. Ci fecero spingere la barca in mare fin quando l’acqua ci arrivò alla vita. Saliti sulla barca passammo momenti terribili in attesa che l’imbarcazione si assestasse a causa del sovraccarico; qualcuno pregava, altri imprecavano, tanti rimasero nel silenzio totale. Ci allontanammo dalla costa remando per non accendere i motori.
Il viaggio continuò per tre giorni e tre notti che sembrarono eterni. Nella mia mente c’era confusione: pensavo alla mia vita precedente, una casa meravigliosa e un lavoro prestigioso…adesso ero sola, senza futuro e in mezzo all’acqua, credevo di aver condannato i miei figli ad una morte terribile.
Grazie a Dio arrivarono i soccorsi e, sbarcati a Lampedusa ricevemmo le cure necessarie
”.

Adesso Kifle e i suoi bambini si trovano in una casa di accoglienza dove cercano di riprendere una vita normale mentre aspettano di riunire la famiglia. Non ho molto da aggiungere a questa testimonianza. Semplicemente la affido alla vostra riflessione.
Forse a volte il pregiudizio ci porta a pensare di conoscere tutto dell’altro solo guardandolo, dovremmo solo ricordare che dietro un volto c’è una storia, dietro degli occhi ci sono delusioni e speranze, sotto poveri abiti ci sono mani che cercano accoglienza; se proviamo a tendere le nostre incontreremo un mondo venuto ad arricchire il nostro.
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